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Istituto di Studi Economici e Finanziari per lo Sviluppo del Mediterraneo
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Fondi sovrani: minaccia o opportunità

Di Imane Barmaki

Responsabile del Coordinamento Operativo Area Finanza Islamica dell’ISME.

Laureata in scienze economiche presso l’Università Cattolica del sacro Cuore con tesi dal titolo “Gli elementi di Economia Islamica”.

Il 2007 ha visto sempre di più i fondi sovrani protagonisti della scena modiale. Secondo una stima del fondo monetario internazionale i fondi sovrani gestiscono in questo periodo tra i 2 e i 3 mila miliardi di dollari, una cifra destinata ad aumentare fino a 12 mila miliardi nel 2012.

Essi sono nati in molti Paesi per differenti motivi: isolare il bilancio pubblico dalla volatilità del prezzo delle materie prime, risparmiare ed investire per conto delle generazioni future, migliorare il rendimento degli investimenti, promuovere più in generale lo sviluppo economico, sociale e produttivo.

Secondo la definizione data dal dipartimento del Tesoro americano, i fondi sovrani sono fondi d’investimento governativi, alimentati da riserve in valuta estera, ma gestiti separatamente dalle riserve ufficiali in valuta, si tratta sostanzialmente di fondi posseduti direttamente da stati sovrani, costituiti da strumenti finanziari come obbligazioni, azioni e beni patrimoniali. Nella realtà di mercato, possiamo invece considerare 4 principali tipologie di fondi sovrani.

Questi 4 diversi gruppi sono correlati all’origine delle risorse ed alla natura dei Paesi cui appartengono. La loro diversità si traduce necessariamente anche in una diversa strategia generale di impiego dei fondi.

Al primo gruppo, possiamo far corrispondere quelli mediorientali, caratterizzati da: risorse che derivano dal Petrolio; l’appartenere a Stati sorretti da Monarchie che hanno la necessità di realizzare una trasfromazione dei loro Sistema-Paese. La strategia di questi Fondi è fortemente dipendente dalla volontà diretta delle Famiglie Reali e dalla necessità di realizzare in breve periodo enormi sviluppi nel dotare i loro Paesi di infrastrutture, di indutrie, di servizi, e di un intero sistema economico che sia indipenendente dall’attività del petrolio.

Al secondo gruppo appartengono quelli di Paesi industrializzati e con democrazie mature ed avanzate, che traggono i loro capitali dalla sopravvenuta enorme disponibilità di risorse energetiche, fonte di ingenti guadagni. Tra questi spicca fra tutti la Norvegia. La strategia di questi Fondi è orientata ad una gestione di investimento prettamente “finanziaria”nel mercato dei capitali di tutto il mondo. Con portafogli fortemente diversificati che puntano sia su titoli azionari che obligazionari, privati e pubblici.

Al terzo gruppo appartengono quelli i cui Paesi beneficiano anch’essi di una sopravvenuta straordinaria capacità di generare ricchezza grazie alle risorse energetiche e naturali, ma il cui assetto politico e il cui grado di sviluppo economico è meno maturo e ancora da compiersi. Tra questi in primis la Russia, seguita dal Brasile, dal Venezuela. La strategia di questi Fondi è più complessa da definire e più articolata. Da un lato tendono ad agire sul mercato dei capitali con una ottica finanziaria, dall’altro devono tenere conto degli investimenti strategici necessari al loro sviluppo. Da un ulteriore lato, sono tentati di agire anche sotto la spinta del ruolo politico che svolgono nello scacchiere mondiale.

Al quarto gruppo appartengono quelli le cui risorse derivano non già dalla vendita di fonti energetiche o risorse naturali, bensì dall’avanzo della bilancia commerciale. A questi appartengono i Paesi Asiatici, tra i quali spiccano quelli di Cina, Singapore, e India. La strategia di questi Fondi è altrettanto complessa e articolata e risente molto del gioco politico di chi governa i Paesi cui appartengono. Ad esempio la Cina ha indirizzato la maggioranza degli impieghi verso due direzioni: l’acquisto di titoli Americani tesi a sorreggere l’economia del principale mercato di sbocco e quindi del principale motore della creazione dell’avanzo commerciale di cui si nutrono; l’altra, verso l’Africa a favore di iniziative in Paesi poveri, ma ricchi di materie prime di cui la Cina ha bisogno.

Nel loro insieme, fin tanto che persistano meccanismi di governance che non soddisfano gli standard internazionali di trasparenza e di affidabilità e in mancanza di una regolamentazione mondiale, i fondi sovrani sono avvertiti tutti più come una minaccia piuttosto che come una opportunità. In molti Paesi della vecchia Europa e del Nord America si nutre il sospetto che la normale pianificazione finanziaria ceda il passo alla strategia politica, in modo da incidere sulla stabilità delle economie, acquisendo anche asset strategici di Paesi considerati concorrenti.

Nel designare regole comuni bisognerà però tenere presenti tre principi semplici, ma ultili. In primo luogo, da parte dei Paesi ad economie mature evitare di agire sotto la spinta degli appetiti protezionistici che si autoalimentano al loro interno, soprattutto in periodi di crisi come l’attuale. In secondo luogo, dall’altra parte, i Paesi che gestiscono i fondi sovrani ridurre la loro naturale reticenza a discutere misure che possano eroderne la propria sovranità. Infine, che un sistema di regole per i fondi sovrani non potrà che essere sviluppato tramite consenso e quindi dovrà rappresentare un “ragionevole compromesso” fra le diverse parti in causa.

Non c’è dubbio che ci troviamo di fronte a una situazione complessa ma non intervenire rischia di disorientare l’opinione pubblica e offrire il pretesto a politici populisti e protezionisti. A questo potrà venire incontro la regolamentazione che il Fondo Monetario Internazionale, in collaborazione con i Governi proprietari dei fondi, sta elaborando al fine di creare un codice di condotta di carattere volontario.


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